September 01, 2006

Infermieri Net

LE BASI DELL’APPROCCIO CLINICO AL PAZIENTE ANZIANO IN MEDICINA GENERALE Giancarlo Gatta Michelet - SIMG Torino - gatta@inrete.it
1. PRESENTAZIONE ED EVOLUZIONE CLINICA DELLE MALATTIE NELL’ANZIANO
Ogni medico di famiglia attento al suo lavoro ha imparato a diffidare dei sintomi aspecifici nell’anziano e, sia pur spesso empiricamente, ha sviluppato dei modelli personali di interpretazione ed intervento facendo spesso di necessità virtù. In questo articolo si tenta di sistematizzare il problema, mediando tra le proposte della let- teratura e l’esperienza clinica diretta criticamente rivalutata. Si ringraziano per la collaborazione i colleghi con cui è stato possibile in tempi diversi scambiare opinioni in merito ed in particolare il dr. Beppe Rocca, di formazione ospedaliera ma per anni attento e critico osservatore della fenome- nologia clinica nell’ambiente del Pronto Soccorso.
A differenza dei giovani, negli anziani frequentemente le malattie possono presentarsi “orfane” di alcuni sintomi-guida (polmonite senza febbre, infarto del miocardio senza dolore, ap- pendicite senza addome acuto, ecc.), inoltre spesso i sintomi possono essere attenuati (colecistite con poco dolore, pielonefrite con Giordano negativo, ecc.) o aspecifici (declino nelle condizioni generali, stato confusionale, ecc.) o “trasversali”, interessando magari prima non l’organo o la parte affetta ma le funzioni e gli organi già più deteriorati (una infezione può scatenare uno scompenso diabetico, la febbre una grave insufficienza renale “pre-renale”, una riacutizzazione bronchitica una scompenso cardiaco, ecc.). Per usare un assioma della Geriatria si dice che: “a patologia d’organo può non corrispondere sintomo d’organo”, come del resto avviene, secondo una logica “degli estremi opposti”, nel bambino molto piccolo. Frequenti inoltre sono i problemi multipli, simultanei, interattivi. Di fronte ad un anziano che presenti due o più sintomi o segni, a differenza del giovane o dell’adulto in cui si ricercherà in primo luogo una malattia che comprenda tutti i disturbi lamentati, occorrerà anche pensare alla possibile compresenza di più patologie o disfunzioni concomitanti. Se del resto l’anziano ci è già noto per tutta una serie di problemi, potrà essere insidioso spiegare un nuovo disturbo con le patologie che già conosciamo o ricondurlo ad un generico problema legato all’invecchiamento. Mentre nel giovane-adulto si cercherà con parsimonia di ricondurre un corteo sintomatologico e semeiologico ad un’unica causa, nell’anziano sarà utile mantenere “attive” molte ipotesi, fino a palese disconferma che potrà essere diretta, attraverso test ed esami mirati, o più spesso indiretta, basandosi su criteri osservazionali ed evolutivi, secondo una corretta valutazione del rapporto multiplo: impatto-impegno-costo/beneficio. Saper reggere consapevolmente e saggiamente l’incertezza e la “sospensione” diagnostica sono tra le doti principali necessarie al medico in questo ambito. Tutto ciò non deve però assoluta- mente significare paralisi decisionale: un organismo con ridotta risposta immunitaria e con ridotta capacità funzionale, può rapidamente portarsi in una zona clinica critica. Spesso quindi è necessario intraprendere le cure in modo deciso ed “intensivo”, dopo aver raggiunto il più rapidamente pos- sibile un orientamento clinico sufficiente a sostenere le nostre scelte. In molte situazioni (caso car- dine la febbre) si può concedere molto meno all’osservazione dell’evoluzione spontanea dei sintomi rispetto al giovane. E’ evidente che esistono aree cliniche diverse che richiedono diversa “aggressività” terapeutica: se è in causa un possibile processo infettivo la terapia dovrà essere “generosa” e pronta, mentre nel caso di uno scompenso cardiaco iniziale, senza segni di rapida evolutività (senza dispnea parossistica notturna, ad esempio), la terapia potrà essere graduale anche per evitare i possibili problemi derivanti ad esempio da una terapia diuretica drastica. E’ chiaro che in ogni caso il paziente non andrà mai “perso di vista”. In sintesi si può dire che il modello clinico classico “universitario” funzionerebbe solo nel 40% circa dei pazienti anziani e per una limitata serie di sintomi-guida (angor, pirosi, deficit neuro- logico di lato, per esempio). Nella maggioranza dei pazienti è invece necessario ricorrere a modelli interpretativi clinici alternativi come suggerito da O. Zanetti nel suo articolo “Metodologia Geria- trica” (Senior, dicembre 1991), in modo così modificato ed integrato:
modello della morbilità sinergistica: la somma di diverse alterazioni produce il supe- ramento di una soglia funzionale critica che richiama l’attenzione del paziente e lo porta a consulta- re il medico (per esempio si evidenzia una incontinenza vescicale per la compresenza di un’artrosi d’anca che rallenta gli spostamenti e di una terapia diuretica).
modello della catena di eventi “a cascata” o del “circolo vizioso”: un evento patolo- gico ne condiziona o facilita l’insorgenza di un altro, che a sua volta peggiora lo stato funzionale generale e la prognosi del paziente (per esempio l’uso di FANS a lunga durata d’azione per un do- lore artrosico diminuisce lo stimolo minzionale e provoca ritenzione idrica con conseguente svilup- po di infezione urinaria e peggioramento di uno scompenso cardiaco latente).
. modello del problema sotteso: frequentemente il motivo di una consultazione medica non rappresenta il problema clinico principale del paziente (per esempio un paziente viene condotto dal figlio in ambulatorio perchè presenta una ulcera trofica ad una gamba, mentre al medico appare palese un grave disturbo dell’andatura associato a sindrome cerebrale involutiva avanzata, mai evi- denziati in precedenza ed ignorati - o rimossi - dai familiari)
modello dell’evento stressante smascherante-scatenante: un evento stressante rende manifesto un problema precedentemente compensato o sottaciuto (ad esempio la perdita per morte improvvisa del coniuge “più valido” evidenzia la grave limitazione motoria per obesità ed artrosi del coniuge sopravvissuto, inabile a compiere semplici attività quotidiane). Ogni problema o malattia andranno quindi valutati nel contesto clinico generale dell’individuo, selezionando tra i rimedi quelli utili a più livelli o almeno non controindicati per al- tre affezioni presenti o ipotizzabili. Gli stressors ambientali e le malattie possono certamente realizzare danni e scompensi più gravi in un organismo anziano con minori riserve funzionali rispetto al giovane, tuttavia non va di- menticato che molte patologie si presentano in modo meno aggressivo nell’anziano rispetto al gio- vane (molti tumori, ma anche il diabete e le ernie discali ad esempio - ovviamente con i dovuti di- stinguo -), inoltre le ridotte esigenze vitali ed il ridotto metabolismo di un organismo anziano pos- sono consentire un più facile raggiungimento dell’omeostasi perchè questa di solito si pone ad un livello funzionale più basso rispetto al giovane (basti pensare al diverso impatto di un problema come l’insufficienza renale cronica tra un individuo giovane ed un anziano, o a come un anziano possa meglio tollerare, ad esempio, bassi livelli di emoglobina - se raggiunti lentamente -). In ogni caso può essere inutile e controproducente far rilevare ad un anziano alterazioni che non influiscono sulla sua funzionalità generale e che non richiedono cure specifiche, in forma di etichette diagnostiche. Tuttavia può essere gravemente riduttivo interpretare molti disturbi ritenuti “minori” (anche se soggettivamente molto disturbanti o penosi) con diagnosi generiche (di comodo) ascrivibili all’invecchiamento, prescrivendo di conseguenza rimedi generici e rassegnazione. Il non riconoscere situazioni passibili di rimedio o almeno di conforto terapeutico (farmacologico e non), rischia in molti casi di peggiorare sensibilmente la qualità di vita residua dell’anziano, specie se si tiene conto del fatto che molti anziani tendono ad accettare e sottovalutare i loro disturbi prima an- cora di averne parlato con il loro medico. In questo caso se generalizzassimo il nostro comprensibi- le atteggiamento di difesa verso i pochi petulanti frequent attenders anziani, rischieremmo di fare un grosso torto a tutta la categoria. L’assistenza costante e capillare esercitata dal medico di famiglia, viene svolta per lo più senza alcun ausilio o mediazione infermieristica, nonostante sia palese come le migliori cure medi- che ipotizzabili al di fuori dell’ospedale, in assenza di un attento nursing dei pazienti più critici, possano risultare per lo più inefficaci (basti pensare al problema della idratazione/alimentazione o ai decubiti). Del resto ad un medico di famiglia degno di questo nome, non può certo essere imputa- ta la responsabilità di non attivare e sfruttare al massimo le capacità assistenziali ambientali e la rete solidaristica spontanea. La clinica, in questo contesto, non può dunque mai prescindere dalla di- sponibilità e dall’armonizzazione dei contributi di cura ed assistenza globali che possono essere forniti da personale infermieristico o ausiliario. E’ una sfida per le Istituzioni sanitarie e per i me- dici stessi organizzare modelli assistenziali più evoluti ed efficienti per i pazienti più critici. Tali modelli dovranno però inserirsi nel contesto naturale della Medicina Generale, conservandone le caratteristiche di elasticità, discrezionalità e personalizzazione dei rapporti (sia con i pazienti che tra operatori). Sarebbe spiacevole veder emergere protocolli assistenziali burocratizzati (surrogato di quelli geriatrici o peggio “pezze giustificative” per ottenere rimborsi), è stato infatti dimostrato co- me la programmazione di controlli periodici “a tappeto” e sistematici ai pazienti anziani, non serva a migliorare nè lo stato di salute nè la funzionalità generale dei pazienti stessi, nè il consumo di farmaci. Niente può sostituire la semeiotica multidimensionale di un medico generale esperto, la sua attenzione, la sua sensibilità, la sua capacità discrezionale di costruire nel tempo la miglior comuni- cazione possibile (formale ed informale) con i pazienti e le loro famiglie.
alta prevalenza di comorbidità e polipatologia
modificazione dei sintomi tipici di una patologia con l’aumentare dell’età
frequente compromissione funzionale come presentazione di malattia
scompenso di organi o apparati più vulnerabili indipendentemente dalla sede di malattia
elevata incidenza di stress psico-sociali
elevato peso di variabili para-cliniche nella gestione del paziente
modificazioni fisiologiche legate all’invecchiamento
ridotta accettabilità/praticabilità delle procedure cliniche tradizionali
fallacia dell’approccio polispecialistico ai diversi problemi
esigenza di una continua sintesi clinico-gestionale
elementi della complessità clinica dell’anziano
2. LA VALUTAZIONE GLOBALE DELL’ANZIANO, COME SI PONE IL MEDICO DI FAMIGLIA?
L’anziano prima di essere un anziano è un individuo irripetibile che ha attraversato, di solito senza radicali trasfigurazioni o cambi di personalità, le diverse stagioni della vita. Il medico di fa- miglia è il medico di quest’individuo che per motivi non contingenti viene a trovarsi, appunto, an- ziano. Il nostro rapporto con il paziente non è condizionato da limiti anagrafici, temporali, procedu- rali, settoriali. Noi invecchiamo insieme ai nostri pazienti, di cui osserviamo, ricambiati, le modifi- cazioni che l’età comporta. L’intervento del geriatra viceversa nasce generalmente dalla necessità di mediare un rappor- to con una Istituzione sanitaria, ove l’individuo, perchè anziano e di solito multiproblematico (e per lo più non autosufficiente), viene a trovarsi. Il rapporto non è strettamente personalizzato e prevede l’intervento di personale diverso (medico e non medico) con lo stesso paziente. Il rapporto primario del singolo medico è con la struttura di accoglienza/degenza e solo secondariamente con l’anziano. Il medico generale è in primo luogo il medico di quella persona e quella famiglia e solo se- condariamente si può porre in relazione con una struttura di riferimento (nelle Case di Riposo il medico generale può essere scelto/revocato singolarmente da ogni ospite). Queste diversità di fondo comportano una inevitabile diversità di approccio al paziente, seb- bene sia indiscutibile il fatto che il medico di famiglia debba confrontare ed adattare a sè, quanto di più avanzato la Geriatria, quale disciplina specialistica clinica della vecchiaia, collauda e propone. Le maggiori discrepanze metodologiche nascono però subito al momento dell’approccio al paziente e riproducono le antitetiche postazioni di osservazione ed intervento di cui si è parlato. E’ naturale che per ottenere una messa a fuoco efficace della situazione clinica globale di un paziente anziano occorre non solo essere attenti e disponibili oggi, ma anche disporre di una cartella clinica contenente una sintesi “per problemi” che sia stata nel tempo oggetto di aggiornamento e ri- flessione costante. Infatti per il medico di famiglia conta più che la fatidica anamnesi sistematica, strumento “artistico” di enorme peso clinico, che occorre peraltro saper sempre ben condurre e sfruttare, la cosiddetta catamnesi, cioè la capacità di seguire e descrivere con acume sintetico gli eventi definiti o indefiniti ma potenzialmente significativi che si accumulano nella storia clinica di ognuno. La catamnesi non sarà però solo storia biologica ma dovrà intrecciarsi, riconoscendone la possibile interdipendenza, con la biografia della persona. Questo non può avvenire se non utilizzan- do una cartella clinica, cartacea o elettronica che sia, capace di evolversi nel tempo e di servire realmente al medico per fare ogni volta “mente locale” sulla persona anziana che ha di fronte. Non hanno certamente più senso le cartelle-diario che negli anni divengono pesanti e sdruciti manoscritti privi però di spessore clinico. La cartella dovrebbe essere sufficientemente agile per poter seguire il medico nelle visite domiciliari a pazienti complessi e presentabile per poter accompagnare, ripro- dotta, il paziente allorchè ricoverato.
storia della famiglia e cause di morte o malattie presenti in genitori e fratelli
attività lavorativa pregressa con analisi eventuale esposizione a fattori nocivi
giudizio sulla salute in gioventù (abile alla visita di leva?)
storia ginecologica (menarca, parti, menopausa)
consumi voluttuari, periodo di esposizione (10-20-30 anni di fumo?) e durata eventuale so- spensione
raccolta dati su terapie pregresse e tolleranze ed intolleranze/allergie a farmaci, uso di farmaci
da banco o terapie “alternative”
raccolta dati su precedenti di allergie/intolleranza di varia natura (alimenti, insetti, polvere ecc.)
storia clinica e biografia (eventi-chiave) in sequenza cronologica
sintesi ragionata dei problemi
aspetti peculiari della raccolta dei dati nella cartella clinica del paziente anziano
La raccolta dei dati spesso comporta “in parallelo” una faticosa messa in ordine di polverosi referti (talora curiosi reperti di “modernariato” della Medicina), accompagnata da frammentari ri- cordi e commenti. Da questa analisi possono tuttavia emergere dati collaterali di un certo interesse “con il senno di poi”. La conduzione dell’anamnesi sistematica si presta peraltro bene ad un pre-inquadramento implicito del paziente (rappresentando un valido alibi per porre domande al paziente senza che questi si senta “misurato”). Questo si basa sull’osservazione delle caratteristiche del paziente stesso, delle sue capacità espressive e mnesiche, del suo modo di muoversi: come si presenta il paziente? è trasandato o ben curato? è deperito? pallido? esiste un grave deficit cognitivo-mnesico che rende inevitabile l’aiuto di un’altra persona (coniuge, figlio, conoscente)? emergono tratti ossessivi, ipo- condriaci o paranoidi nella personalità? il pensiero è coerente? esiste un’alterazione del tono dell’umore? trema? cammina male? E’ possibile inoltre ricostruire curricola di malattie o disturbi magari mai riconosciuti come tali: la presenza di depressione ricorrente o di ciclotimia, gli esiti di un vecchio ed incancrenito di- sturbo da attacchi di panico con agorafobia, una condrocalcinosi, un’artrite reumatoide che si è “raffreddata”, un edema angioneurotico interpretato via via come allergia al farmaco o all’alimento di passaggio, ecc. In ultimo è possibile sondare alcuni aspetti extraclinici cruciali come la diffidenza verso i farmaci di cui possono raccogliersi sterminate messi di effetti collaterali spesso improbabili, o una bassa o alta soglia nell’evocazione di sintomi e disturbi. Tali elementi diventeranno “pesanti” allor- chè si dovrà raccogliere un’anamnesi mirata a qualche disturbo specifico e nell’impostare un trat- tamento farmacologico. Non di rado capiterà di incontrare outsider, refrattari a qualsiasi ingerenza sanitaria che comporti una benchè minima prassi burocratica o un avvicinamento all’orbita dell’Ospedale. E’ convinzione diffusa il fatto che la somma delle diagnosi di per sè non serva a misurare il peso dell’impegno assistenziale necessario per seguire un paziente anziano, nè il suo reale stato di salute. Per esplicitare dunque i problemi complessivi di un anziano critico, andranno affiancate a variabili categoriali (le diagnosi) variabili dimensionali (la valutazione funzionale). Tutto questo trova ordinariamente una efficace sintesi nella sensibilità, nel buon senso e nell’esperienza del me- dico di famiglia che parte indubbiamente privilegiato perchè a conoscenza della realtà clinica ed extraclinica dei pazienti ed abituato a fare i conti con vari ordini di problemi simultaneamente. La Geriatria, che parte da diversi presupposti operativi, ha sviluppato tutta una serie di scale di valutazione funzionale (di impostazione anglosassone) utili a codificare in una valutazione mul- tiassiale (assessment) i diversi aspetti problematici del paziente, ad uso dei diversi operatori coin- volti nell’assistenza. Le scale di valutazione proposte analizzano perciò i diversi aspetti funzionali della persona e sondano la presenza di demenza o depressione. Molte delle scale più diffuse, per la loro semplicità, sono compilabili anche da personale ausiliario. Indubbiamente tale messe di dati necessita poi di una sintesi operativa, pena il rischio di inefficacia. E “la scala delle scale” non può che compilarla nella propria testa il medico della persona, confrontandosi beninteso con quanti collaborano per natura o professione all’assistenza dell’anziano multiproblematico. Infatti, anche se certamente le scale di valutazione geriatrica esistenti non sono di utilità quotidiana per il medico generale, è tuttavia importante che questi si confronti con esse e ne mediti gli indicatori ed i criteri ispiratori. E’ prevedibile che nel breve termine, il diffondersi di modelli assistenziali quali l’assistenza domiciliare integrata, ponga al medico l’esigenza di descrivere situazioni utilizzando un linguaggio e criteri di valutazione riproducibili e comprensibili anche da altri operatori sanitari o assistenziali. E’ poi comunque ineluttabile un esplicito confronto dialettico tra discipline di derivazione ospedaliera (tra cui la Geriatria) ed una disciplina di tradizione territoriale come la Medicina Gene- rale. Le prime tenderanno per loro natura a oggettivare al massimo i problemi del paziente utiliz- zando più o meno sofisticati strumenti analitici di misura, rischiando però, allorchè si propongono di uscire dall’Ospedale ed agire in campo aperto (sul territorio), di rispondere con una complicazio- ne inefficace alla complessità ed alla multiformità della realtà. La Medicina Generale invece è por- tata a soggettivizzare o meglio a personalizzare sempre i problemi, rischiando in questo però di perdersi dietro ai desideri ed alle opinioni dei pazienti e dei loro familiari, all’incertezza clinica di molte situazioni, alla scarsa accoglienza di molte strutture di riferimento, agli escamotage relazio- nali ad impronta consolatoria sempre molto graditi da molti pazienti. Esiste quindi la necessità di entrare in contatto con la Geriatria, studiandone i rilevanti con- tributi scientifici ed integrandone le indicazioni nella pratica quotidiana, previo confronto con il nostro setting e con la nostra esperienza. Del resto, come già ricordato nel documento della FIMMG di Torino del marzo 1993, sull’assistenza agli anziani, nella XII edizione dell’Harrison’s (a pag. 23 nell’edizione italiana - 1992) si legge: ”...la Geriatria richiede un’integrazione di tutta la Medicina. Non è una pratica specialistica. Piuttosto ogni medico generale o specialista dovrebbe avere un addestramento e conoscenze adeguati nei principi della Geriatria.”. Non si può quindi che rigettare l’ipotesi che la Geriatria stessa da disciplina prevalentemente rivolta allo studio ed alla ri- cerca si proponga come disciplina specialistica di gestione diretta dell’assistenza di primo livello, sovrapponendosi in qualche modo alla Medicina Generale. Questo contribuirebbe solo ad aumenta- re la disarticolazione della realtà sociosanitaria, la burocratizzazione del lavoro e la spesa comples- siva. Rischierebbe inoltre forse di offuscarsi per molti anziani l’intelleggibilità del mondo domesti- co (invaso da alieni, pur armati di buone intenzioni) e per molti medici la motivazione professiona- le (sentendosi deresponsabilizzati o manipolati in un contesto che si vive come proprio) . Diverso sicuramente sarà il risultato finale se nuovi e più evoluti strumenti di intervento sanitario (assistenza domiciliare integrata, medicina di gruppo ambulatoriale e domiciliare, ecc.) potranno essere offerte all’intera popolazione anziana attraverso il lavoro dei medici di famiglia, senza pregiudicarne le doti di natura e la popolarità. Il medico di famiglia del resto sa bene che negli assistiti più anziani, non sono tanto presenti il reclamo e la rivendicazione quanto la rassegnazione a subire il prezzo degli anni, atteggiamento che conduce spesso all’autoesclusione dal circuito e dalle procedure di un’organizzazione sanitaria di secondo livello spesso troppo rigida ed ipocrita. L’anziano sovente demanda volentieri il suo bi- sogno di considerazione e consolazione alla comprensione ed ai rimedi di “prima mano” del medico in cui ripone fiducia. Questo è un gravoso condizionamento che può però essere sublimato nel con- creto con un onesto impegno a rendere la propria opera sempre più efficace ed il proprio spirito sempre più aperto.
BIBLIOGRAFIA
* J. C. Beck - Manuale di Gerontologia e Geriatria (Geriatric review syllabus) - Masson, 1994
* E. Palummeri, D. Cucinotta - Elementi di Gerontologia e Geriatria - Ambrosiana Milano, 1992
* Manuale Merck di Geriatria - E.S.I. Stampa Medica, 1990
* M.S.J. Pathy - Trattato di Gerontologia e Geriatria - USES, 1988
* J.C. Brocklehurst, T. Hanley - Geriatria - Masson 1985
* E. Martin, J.P. Junod - Manuale di Gerontologia - Masson 1985
* C. Gala - Psicogeriatria - Masson 1990
* R. Nardi, F. Cavazzuti - Terapia Farmacologica in Geriatria - Masson 1991
* F. Fabris, C. Macchione et Al. - La cartella clinica geriatrica - Minerva Medica, suppl. al n 12,
dic. 1989
* F. Fabris - Atlante di Geriatria - UTET 1986
* Rakel - Textbook of Family Practice - cap. 10 “Caring for the Elderly” - Saunders 1990
* Harrison’s - Principles of Internal Medicine - XIII edizione, Mc Graw Hill 1994
* O. Zanetti - Metodologia in Geriatria - Senior, dicembre 1991
* L’assistenza agli anziani - Documento a cura della FIMMG di Torino - marzo 1993
Articolo pubblicato su SIMG n 8 Ottobre 1995
Infermieri Net
PROTOCOLLO DISINFEZIONE DI
SUPERFICI ED AMBIENTI

Redazione: DDSI
Data Stesura:14 Settembre 2004

Coordinazione: Revisione: 0

Approvazione:




Pulizia, Sanificazioni e Disinfezioni di Superfici

Il rischio infettivo per pazienti ed operatori, legato a pavimenti, pareti, arredi e suppellettili in genere, è irrilevante. Inoltre, corrette procedure di pulizia e disinfezione sono in grado di ridurre in misura sostanziale la carica microbica di qualunque superficie, anche nel caso che sia visibilmente contaminata da sostanze organiche. Tuttavia la presenza di materiale organico e/o sporco in genere, può inattivare il disinfettante o può ridurre il potere di penetrazione, pertanto è indispensabile effettuare un’accurata pulizia della superficie prima della sua eventuale disinfezione. In linea di massima, è possibile fornire le seguenti indicazioni per il personale addetto alle procedure di pulizia.

1. usare guanti robusti ( del tipo per le pulizia domestiche)
2. usare le stesse misure protettive adottate quando il paziente era presente
3. durante la manipolazione degli effetti letterecci, indossare idonei indumenti protettivi ed adottare idonei comportamenti per evitare una contaminazione grossolana dell’ambiente circostante
4. applicare il disinfettante sulle superfici già asciutte e lasciare, se possibile,che si asciughi da solo per favorire lo svolgimento dell’azione disinfettante residua;
5. dopo il lavaggio ( sia manuale che in lavatrice) spugne, panni e frange del Mop devono essere conservati ben puliti ed asciutti;
6. mentre per la pulizia si usano detergenti , per la sanificazione si possono scegliere: cloroderivati a bassa concentrazione, polifenoli detergenti, composti di ammonio quaternario, od anche clorexidina gluconato associato a cetrimide. Per la disinfezione di superfici od oggetti in ambienti critici, invece, la scelta va fatta solo tra:
a. ipoclorito di sodio ( comune candeggina ) e derivati del cloro per utte le superfici non metalliche ad una concentrazione che va da 20 ml/lt di acqua ( per superfici non contaminate da materiale organico ) a 100 ml / litro di acqua ( per le superfici contaminate). Tale soluzione può essere utilizzata applicandola direttamente sulla superficie da trattare o immergendovi gli oggetti per almeno 30 minuti;
b. soluzioni d polifenoli detergenti per tutte le superfici , alle concentrazioni suggerite dal produttore;
c. alcool etilico denaturato per tutte le superfici ad esclusione di quelle in plexiglas

Pulizia, Sanificazioni e Disinfezioni di Superfici

Prodotti:
Cloroderivati
Soluzioni Polifenoliche detergenti
Alcool Etilico denaturato
Composti di Ammonio Quaternario
Clorexidina Gluconato + Cetrimide

Modalità di esecuzione:

Superfici non contaminate da materiale organico;
· dopo aver rimosso preventivamente lo sporco con un sistema “ad umido” lavare la superficie con la soluzione detergente
· far asciugare
· passare sulla superficie un panno imbevuti di disinfettante e lasciare asciugare

Superfici contaminate da materiale organico;
· con un panno imbevuto di disinfettante, rimuovere lo sporco e gettarlo nel sacco dei “Rifiuti speciali” se monouso
· lavare accuratamente la superficie con la soluzione detergente
· sciacquare
· lasciar asciugare o asciugare
· passare sulla superficie un panno imbevuto di disinfettante
· lasciar asciugare

Disinfezione terminale

il personale addetto alle pulizie deve usare guanti per le pulizie domestiche
il personale addetto alle pulizie deve usare le stesse misure protettive adottate quando il paziente era presente
Gli oggetti non monouso ( bottiglie di drenaggio, padelle, termometri, flussometri per ossigeno, ecc) devono essere sottoposti ad adeguata pulizia e disinfezione
Tutte le superfici ( es. arredi, pareti, maniglie, pavimenti, ecc.) dovranno essere pulite e decontaminate con prodotti idonei
Il personale ceh manipola gli effett iletterecci deve indossare idonei indumenti protettivi ed adottare idonei comportamenti per evitare una contaminazione grossolana dell’ambiente circostante, prima di iviarli alla sezione lavaggio.
In linea di massima, i prodotti utilizzati per la pulizia/ disinfezione di superfici e di apparecchiature, oltre ai comuni detergenti, sono:
Ipoclorito di sodio per tutte le superfici non metalliche ad una concentrazione che va da 20 ml/lt di acqua ( per superfici non contaminate da materiale organico) a 100 ml/lt di acqua ( per le superfici contaminate) Tale soluzione può ssere utilizzata applicandola direttamente sulla superficie da trattare o immergervi gli oggetti per almeno 30 minuti;
Soluzioni polifenoliche per utte le superfici alle concentrazioni suggerite dal produttore;
Alcool etilico denaturato può essere utilizzato su tutt le superfici già pulite.

N.B. si suggerisce, comunque , di applicare il disinfettante sulle superfici già asciutte e di lasciare, se possibile, che si asciughi da solo per favorire lo svolgimento dell’azione disinfettante residua.

Bibliografia
M.M. D’Errico, G. Anolini, G. Faccenda, L, Fontana, E. Martini, E. Prospero, F. Bevere, I. Annino “ La Gestione praitica della disinfezione nelle strutture sanitarie” Nuovo Studio Tecna 1999
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PROTOCOLLO DISINFEZIONE DI
SUPERFICI ED AMBIENTI



Redazione: DDSI Data Stesura:

Coordinazione: Revisione: 0

Approvazione:




Pulizia, Sanificazioni e Disinfezioni di Superfici

Il rischio infettivo per pazienti ed operatori, legato a pavimenti, pareti, arredi e suppellettili in genere, è irrilevante. Inoltre, corrette procedure di pulizia e disinfezione sono in grado di ridurre in misura sostanziale la carica microbica di qualunque superficie, anche nel caso che sia visibilmente contaminata da sostanze organiche. Tuttavia la presenza di materiale organico e/o sporco in genere, può inattivare il disinfettante o può ridurre il potere di penetrazione, pertanto è indispensabile effettuare un’accurata pulizia della superficie prima della sua eventuale disinfezione. In linea di massima, è possibile fornire le seguenti indicazioni per il personale addetto alle procedure di pulizia.

1. usare guanti robusti ( del tipo per le pulizia domestiche)
2. usare le stesse misure protettive adottate quando il paziente era presente
3. durante la manipolazione degli effetti letterecci, indossare idonei indumenti protettivi ed adottare idonei comportamenti per evitare una contaminazione grossolana dell’ambiente circostante
4. applicare il disinfettante sulle superfici già asciutte e lasciare, se possibile,che si asciughi da solo per favorire lo svolgimento dell’azione disinfettante residua;
5. dopo il lavaggio ( sia manuale che in lavatrice) spugne, panni e frange del Mop devono essere conservati ben puliti ed asciutti;
6. mentre per la pulizia si usano detergenti , per la sanificazione si possono scegliere: cloroderivati a bassa concentrazione, polifenoli detergenti, composti di ammonio quaternario, od anche clorexidina gluconato associato a cetrimide. Per la disinfezione di superfici od oggetti in ambienti critici, invece, la scelta va fatta solo tra:
a. ipoclorito di sodio ( comune candeggina ) e derivati del cloro per utte le superfici non metalliche ad una concentrazione che va da 20 ml/lt di acqua ( per superfici non contaminate da materiale organico ) a 100 ml / litro di acqua ( per le superfici contaminate). Tale soluzione può essere utilizzata applicandola direttamente sulla superficie da trattare o immergendovi gli oggetti per almeno 30 minuti;
b. soluzioni d polifenoli detergenti per tutte le superfici , alle concentrazioni suggerite dal produttore;
c. alcool etilico denaturato per tutte le superfici ad esclusione di quelle in plexiglas













Pulizia, Sanificazioni e Disinfezioni di Superfici

Prodotti:
Cloroderivati
Soluzioni Polifenoliche detergenti
Alcool Etilico denaturato
Composti di Ammonio Quaternario
Clorexidina Gluconato + Cetrimide

Modalità di esecuzione:

Superfici non contaminate da materiale organico;
· dopo aver rimosso preventivamente lo sporco con un sistema “ad umido” lavare la superficie con la soluzione detergente
· far asciugare
· passare sulla superficie un panno imbevuti di disinfettante e lasciare asciugare

Superfici contaminate da materiale organico;
· con un panno imbevuto di disinfettante, rimuovere lo sporco e gettarlo nel sacco dei “Rifiuti speciali” se monouso
· lavare accuratamente la superficie con la soluzione detergente
· sciacquare
· lasciar asciugare o asciugare
· passare sulla superficie un panno imbevuto di disinfettante
· lasciar asciugare
























Disinfezione terminale

il personale addetto alle pulizie deve usare guanti per le pulizie domestiche
il personale addetto alle pulizie deve usare le stesse misure protettive adottate quando il paziente era presente
Gli oggetti non monouso ( bottiglie di drenaggio, padelle, termometri, flussometri per ossigeno, ecc) devono essere sottoposti ad adeguata pulizia e disinfezione
Tutte le superfici ( es. arredi, pareti, maniglie, pavimenti, ecc.) dovranno essere pulite e decontaminate con prodotti idonei
Il personale ceh manipola gli effett iletterecci deve indossare idonei indumenti protettivi ed adottare idonei comportamenti per evitare una contaminazione grossolana dell’ambiente circostante, prima di iviarli alla sezione lavaggio.
In linea di massima, i prodotti utilizzati per la pulizia/ disinfezione di superfici e di apparecchiature, oltre ai comuni detergenti, sono:
Ipoclorito di sodio per tutte le superfici non metalliche ad una concentrazione che va da 20 ml/lt di acqua ( per superfici non contaminate da materiale organico) a 100 ml/lt di acqua ( per le superfici contaminate) Tale soluzione può ssere utilizzata applicandola direttamente sulla superficie da trattare o immergervi gli oggetti per almeno 30 minuti;
Soluzioni polifenoliche per utte le superfici alle concentrazioni suggerite dal produttore;
Alcool etilico denaturato può essere utilizzato su tutt le superfici già pulite.

N.B. si suggerisce, comunque , di applicare il disinfettante sulle superfici già asciutte e di lasciare, se possibile, che si asciughi da solo per favorire lo svolgimento dell’azione disinfettante residua.
























Bibliografia
M.M. D’Errico, G. Anolini, G. Faccenda, L, Fontana, E. Martini, E. Prospero, F. Bevere, I. Annino “ La Gestione praitica della disinfezione nelle strutture sanitarie” Nuovo Studio Tecna 1999

August 31, 2006

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